America Latina

Diario di un viaggio in Messico (parte 1)

Secondo Wikipedia, il termine saudade, derivante dalla cultura portoghese e poi brasiliana, indica una forma di malinconia affine alla nostalgia. E’ una specie di ricordo nostalgico, affettivo, di un bene assente che si è perduto. Ecco, quando penso al Messico, non riesco a trovare una parola che meglio descriva la sensazione di mancanza che provo per quel paese, così ricco di cultura, gentilezza, colori, storia e avventura. E’, forse, paragonabile solo al mio Mal d’Africa.

Eppure, contrariamente a quel che accade di solito, l’organizzazione del viaggio in Messico non era iniziata nel migliore dei modi… complice un periodo di forte stress, il terrore psicologico che in molti hanno cercato di insinuarmi dentro, ed il fatto che questo paese, di cui poi mi sono innamorata, non rientrava esattamente nella lista dei luoghi che pensavo di visitare nei prossimi anni. Ma una serie di circostanze, tra cui mio fratello che lo conosce molto bene e che, trovandosi a trascorrerci qualche mese aveva deciso di aggregarsi a noi, mi ha convinta a partire. E un pezzo di me credo non sia più tornato.

Il Messico, a cui penso quasi tutti i giorni in questo periodo di quarantena in cui anche il più vicino dei confini sembra irraggiungibile, è il paese della gentilezza, dove ogni volta che varchi la soglia di una casa, di un ristorante, di un negozio, le persone ti salutano e ti chiedono come stai. E’ il Paese dove quando sei seduto a fare colazione nel giardino tropicale di un piccolo caffè di San Cristobal, in Chiapas, i clienti che mano a mano entrano e ti si siedono accanto, ti augurano “espero que le agredezca“, ossia spero che quel che sta mangiando le piaccia. E quando, estasiato dal sapore delle chilaquiles, annuisci e dici che “sono buonissime“, si poggiano le mani sul petto e ti rispondono che sono davvero orgogliosi che ti piaccia. E tanto candore, tanta spontanea cortesia, non possono lasciarti indifferente.

Il Messico è il paese delle piazzette brulicanti di persone che chiacchierano, dei bambini che giocano, delle chiese dai vivaci colori pastello, così allegre che non puoi fare a meno di fotografarle. E quando entri, è un tripudio di lucine, statue, musichette del tutto simili a quelle delle sale gioco o dei peluche a batterie che vinci al Luna Park.

Zocalo, Oxaca de Juarez
Matrimonio tradizionale a Oaxaca de Juarez

E’ il paese delle colline gialle di Oaxaca e del verde smeraldo della giungla del Chiapas, dove ti addormenti al suono delle scimmie urlanti che rivendicano il loro territorio contro un gruppo rivale, e mentre bevi una birra in terrazza ti vola accanto un tucano dal becco giallissimo.

Il Messico dei pescatori di Holbox che tornano dal mare con cassette colme di pesce fresco, seguiti da stormi di pellicani e cormorani. E tu li aspetti in panciolle, stesa su un’amaca, mentre la musica risuona in tutta la spiaggia e il tuo unico problema, in quel preciso istante, è decidere se vuoi pranzare con un’insalata di gamberi e avocado o con un filettino di pesce bianco alla griglia. Holbox, con i graffiti che abbelliscono le sue basse casette, i mille fili dell’elettricità attorcigliati, le strade infangate nelle quale intingi i piedi senza pensarci perché tanto il mare è a due passi e ti puoi lavare facilmente.

Ristorante Colibrì, Holbox

Dove non esistono macchine ma solo golf car e biciclette con le quali sfrecciare fino a Punta Mosquito, al tramonto, per buttarti in mare. E mentre sei lì che ti rilassi circondato da decine di specie diverse di uccelli marini, compare una manta e ti fa venire un collasso.

Il Messico che fa paura quando a raccontartelo sono le classifiche, ma di cui ti innamori quando ti ci immergi senza pregiudizi e decidi di farlo tuo, senza remore, per il tempo che ti è concesso di viverlo.

Città del Messico

La nostra avventura è iniziata a Città del Messico (CDMX) dove abbiamo passato due giornate intere a girovagare tra le sue strade e i suoi musei. Roma e Condesa mi hanno incantata, con la loro quiete, i viali alberati e i palazzi in stile Art Deco. Avenida Álvaro Obregón e Orizaba sono i luoghi ideali dove passeggiare circondati da alberi e persone che camminano con un numero incredibile di bellissimi cani, talvolta a guinzaglio e talvolta sciolti, ma sempre e comunque educatissimi e rispettosi persino dei segnali stradali.

Condesa, Città del Messico

Mi sono chiesta per tutto il tempo come fosse possibile che non si fermassero mai ad annusarsi tra loro, come non si ringhiassero mai contro e, soprattutto, come fosse possibile che le strade fossero così pulite! Ovunque si possono trovare piccoli e grandi parchi, come il Parque Espana e il Parque Mexico, ci sono bei negozi, gallerie d’arte, locali e caffè alla moda dove sederti a bere un caffè accompagnato da una enorme e squisita concha mexicana (una sorta di pagnotta rotonda e dolce, simile ai nostri panini al latte, e ricoperta di una glassa di zucchero), o una birra con topopos e avocado. La mattina del secondo giorno l’abbiamo passata all’imperdibile Museo de Antropologia e a passeggiare per il Parco di Chapultepec insieme a centinaia di abitanti di Città del Messico intenti a godersi le vacanze di Natale. Una breve passeggiata lungo Paseo de la Reforma, che le guide descrivono come il centro nevralgico della ricchezza e del business della Città e che secondo me è davvero evitabile perché caotica e piuttosto bruttina. Dopo pranzo, una passeggiata nel frenetico Zocalo, il cuore della città, con Plaza Constitucion, il Palazzo delle Belle Arti, la Cattedrale Metropolitana e, soprattutto, il Palazzo del Parlamento e i murales di Diego Rivera.

Murales di Diego Rivera, Palazzo del Parlamento, Città del Messico

Sapevo che mi sarebbero piaciuti ma non avrei mai pensato di rimanerne totalmente estasiata: enormi sia per dimensioni che per impatto, le opere di Rivera ti rimangono dentro. Ognuno racconta una storia tra immagini e colori e potresti passare ore ad affogarci dentro.
La sera, poco prima di cena, un Uber ci ha portati a Coyacan per una breve passeggiata. Avevamo già deciso di non andare a visitare la Casa di Frida Kahlo perché, nonostante alcuni commenti entusiasti letti sulle guide, la maggior parte delle persone di cui ci fidiamo, compreso mio fratello, ce ne aveva parlato piuttosto male, come un luogo iper turistico e sfruttato eccessivamente dove fare la fila per vedere qualsiasi piccolo oggetto. Dunque, memore della delusione che ho provato dopo la visita a Giverny, alla Casa e ai Giardini di Monet, durante il nostro viaggio in Bretagna e Normandia, abbiamo deciso di saltarla e dedicarci ai mercati che, a Coyacan, non mancano di certo. Un piccolo consiglio: pianificate con attenzione la visita a Città del Messico durante le vacanze di Natale perché il 31 dicembre e il 1° gennaio, la maggior parte dei musei sono chiusi (sicuramente lo sono il Palazzo del Parlamento, il Museo di Antropologia e la Casa di Frida) e mentre per i primi due è sufficiente fare la fila, per entrare nella casa di Frida è necessario prenotare con discreto anticipo. Se volete visitare il Palazzo del Parlamento dove ci sono i murales, invece, ricordatevi di portare con voi un documento di identità che vi sarà richiesto di mostrare e lasciare alle guardie all’ingresso.

OAXACA

Oaxaca è… Messico allo stato puro. Un caos di macchine alternato a strade pedonali brulicanti di persone, smog, colori e profumi di cibo. Con le sue stradine costeggiate da casette rosse, azzurre, gialle, arancioni alternate ad eleganti palazzi color panna, la città capitale dell’omonimo stato è un luogo imperdibile dove passare due giorni a godersi la sua lunga e famosa tradizione culinaria e perdersi tra i mercati cittadini.

Oaxaca de Juarez
Oaxaca de Juarez

Sarà che mio fratello è un fantastico, e temerario, compagno di viaggio, ma di Oaxaca ricordo soprattutto i colori dell’artigianato locale, e i sapori: l’enorme Tlayudas che abbiamo mangiato a cena – una sorta di piadina aperta e croccante ripiena di carne di pollo, insalata e salse varie – la Michelada, una bevanda a base di birra, succo di lime a spezie, salse, peperoncino, succo di pomodoro o Clamatouna – il sapore del Nopal, le foglie di fico d’india alla piastra, con il loro interno viscido e gelatinoso, ed il gusto squisito e dolciastro del mole negro, una delle sette varietà di mole Oaxaqueña a base di un numero imprecisato di spezie, tra cui l’immancabile peperoncino e il cioccolato… sì, proprio il cioccolato, anch’esso molto famoso in questa città. Non per niente, è conosciuto anche come l’oro dei Maya. Insomma, una visita ad Oaxaca non può considerarsi tale se non si provano la maggior parte dei suoi piatti. Ad eccezione delle chapulines. Ecco, le cavallette proprio non ce l’ho fatta ad assaggiarle ma se lo fate voi, fatemi sapere che sapore hanno.

Chapulines
Matrimonio tradizionale a Oaxaca de Juarez

A pochi chilometri dalla città si trovano le rovine di Monte Albàn, il più grande centro civico-religioso della civiltà Zapoteca, che abitò in questa valle fino al VIII d.C. E’ uno dei siti archeologici più famosi del Messico e, secondo me, è imperdibile. I tour partono da Oaxaca, da dove dista poco più di quaranta minuti. Per visitare tutto il sito con tranquillità, sono sufficienti 3 ore ma noi abbiamo preferito prendercela comoda, portarci dei panini e mangiare seduti su un prato osservando i ragazzi che tra una piramide e l’altra giocavano a pallone.

San Cristobal de las Casas

A San Cristobal siamo arrivati alle cinque di mattina, dopo circa 12 ore di tornanti di montagna su un autobus davvero molto comodo ma che nulla ha potuto contro la mia nausea. E così, ho trascorso la notte a vomitare fino a che l’autista, impietosito, ha fermato l’autobus in un’area di sosta improvvisata, in mezzo alle montagne, e mi ha spedita a comprare una pastiglia di antiemetico alla modica cifra di 5 euro. Da lì in poi è stato tutto un mix tra allucinazioni, sonno e brividi ma almeno il vomito si era fermato e io ho un’avventura in più da raccontare.

San Cristobal de las Casas

La cittadina è molto diversa da come me l’aspettavo. Forse speravo in qualcosa di più autentico e invece mi sono ritrovata nel bel mezzo del turismo stile occidentale: le vie principali sono un susseguirsi di negozi di souvenir, pub, birrerie, pasticcerie francesi… Insomma, niente di simile a quel che ci aspetterebbe dalla città più conosciuta del Chiapas. O forse sì.

Merita comunque una passeggiata al Mirador dal quale guardare la città intera e la gente immersa nelle sue faccende quotidiane.

Ma basta uscire dal circuito turistico e perdersi tra le stradine che si inerpicano sulle colline, oppure fingere di potersi nascondere tra la popolazione locale che affolla il mercato, e tutto cambia. Per non parlare dei paesi vicini, come San Juan Chamula o San Lorenzo de Zinacantan, che si possono raggiungere con uno dei tanti colectivos che, per 10 pesos, assicurano il collegamento tra il centro di San Cristobal e le comunità vicine. Ed è proprio questo breve viaggio verso San Juan Chamula, un altro dei ricordi più dolci che ho del viaggio: ho fatto il tragitto con due bambine in braccio che, per tutta la strada non hanno fatto che ridere di me. Accanto a mio fratello e a mio marito, invece, una donna indigena allattava il suo bimbo mentre il secondo, quello più grande, vomitava allegramente dal finestrino tra l’educata indifferenza di tutti.

San Juan Chamula e Zinacantan sono comunità Tzotzil che si sono separate dalla Chiesa Cattolica e che celebrano i propri rituali in un sincretismo religioso unico al mondo. Appena entrati a Chamula ci siamo trovati immersi in una realtà incredibile, tra file di uomini Tzotzil con indosso cappotti neri fatti con la lana di pecora e un lungo coltello legato alla cinta, e donne vestite con gonne di lana nera e colorate giacche di seta. Ma la vera esperienza è entrare nella omonima chiesa.

Chiesa di San Juan Chamula

Il pavimento è cosparso di aghi di pino e ovunque ci sono fedeli in ginocchio, immersi nelle loro preghiere e intenti ad incollare per terra decine di candele di colore diverso, ad ognuno corrisponde una richiesta rivolta al Signore. Alcune famiglie rompono delle uova, altre stringono tra le mani delle galline impaurite che, a fine rituale, verranno sgozzate e offerte in sacrificio. Tutti bevono Coca-cola o bevande gassate di vario tipo e ruttano sonoramente. Perché? Per scacciare lo spirito maligno che li perseguita. Lontani anni luce dalle nostre tradizioni e dal nostro modo di concepire la fede, qualunque essa sia, riti come quelli di Chamula ti trasportano in un’altra dimensione e ti regalano un’idea di come deve essere stato il mondo antico.
All’interno della chiesa è vietato fare foto e all’interno della comunità vige un regolamento che autorizza la popolazione locale a rompere qualsiasi dispositivo video o fotografico qualora veniste beccati ad ignorare il divieto!

…Il viaggio continua verso Palenque… E poi Merida, Valladolid, Holbox… Ma vi racconto tutto la prossima settimana!

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