Fate viaggiare i vostri figli, da soli.

Nell’ultimo anno mi è capitato spesso di leggere articoli in cui si raccontava che il bisogno insaziabile di viaggiare dipenderebbe dal cosiddetto gene del viaggio, il recettore della dopamina D4 (DRD4 7r). Pur non avendo gli strumenti per verificare tale ipotesi, la risposta che ho sempre dato alla domanda “ma perché è tanto importante, per me, viaggiare e perché non riesco a smettere?” è molto semplice ed è racchiusa nel mio passato. Più precisamente nei libri che mi ha fatto leggere mia mamma e nei racconti di viaggio di mio padre.

La prima volta che sono partita da sola, spinta dai miei genitori e dalla loro giusta idea che imparare l’inglese fosse fondamentale, avevo 14 anni: la solita vacanza studio in Inghilterra. Di quelle dove impari un sacco di cose ma non di certo la lingua. E’ stata in quell’occasione che ho imparato a prendere la metropolitana, a gestire le ore della mia giornata, ad orientarmi in una città grande come Londra e ad avere a che fare con persone sconosciute provenienti da ogni parte dell’Europa.

Dopo Londra, è stata la volta della Spagna, qualche anno più tardi. Ed è stato lì che ho imparato a parlare a gesti – almeno i primi giorni, quando non conoscevo nemmeno una parola di spagnolo – a cercare casa da sola e a guardarmi sempre attorno quando rientravo a casa di notte.

Ma soprattutto, è a Madrid e più precisamente nel quartiere della Chueca e grazie a Manuel, che ho capito quanto fosse assolutamente normale amare una persona del proprio sesso, che cosa volesse dire “orgoglio gay” e quanto fosse difficile, ancora per troppe persone, autodichiararsi al mondo.

Plaza Chueca

Plaza de la Chueca, Madrid 2005

Poi è arrivato lo spartiacque: New York.

Grazie a lei ho imparato a parlare con chiunque, ad andare a fare la spesa in pigiama (uno di quelli imbarazzanti, rossi e a pois bianchi, con un’enorme immagine di Hallo Kitty sul polpaccio), a sedermi da sola in un caffè senza sentire il bisogno di guardare il cellulare compulsivamente o far finta di leggere un giornale. Ho imparato a camminare con un tacco 12 per chilometri e chilometri, a tenere la testa alta, a non giudicare gli altri per come si vestono e ad organizzare un viaggio in autobus, da sola, lungo la costa est degli Stati Uniti. Ma ho anche imparato qualche piccola ma importante regola di sopravvivenza come, ad esempio, far finta di essere con i miei genitori – in quel caso una coppia pescata a caso in un parco – dopo essermi accorta che un balordo mi seguiva da un po’. Per fortuna i miei improvvisati genitori stettero al gioco e mi accompagnarono a casa.

Ho anche imparato che se uno ti mostra la pistola dall’altro lato della strada, sei da sola a Buffalo e ormai è buio, la cosa migliore che puoi fare è tirarti il cappuccio della felpa sulla testa, far finta di essere un uomo e allontanarti con disinvoltura pregando divinità sconosciute anche agli Indù… e loro ne conoscono parecchie. Ho capito che se uno ti vuol rompere le scatole e tu sei in metropolitana, da sola, di ritorno da una serata nel Queens, è meglio rispondere con gentilezza in spagnolo e sperare in una buona stella.

New York mi ha insegnato che se sei messicano vali poco o niente e che tra la cucina di un ristorante e la sala da pranzo, vi è un universo di distanza. Mi ha fatto scoprire che l’AIDS non è una malattia di cui leggere nei libri o scoprire i sintomi grazie ad un film… perché la puoi vedere anche negli occhi di un amico e del suo compagno. E grazie a Claire e alla sua triste storia, mi ha anche insegnato che il sogno americano esiste. Ma se ti ammali di cancro sei costretto a svegliarti e puoi morire da solo, nel divano di un amico, in Florida.

Poi sono arrivati Libano e Siria, dove mi sono fatta cullare dal canto dei Muezzin, ho imparato a distinguere tra il suono di una pistola e quello dei fuochi d’artificio, e ho guardato al di là del Niqab e della religione.

Moschea degli Omayyad

Grande Moschea degli Omayyadi, Siria 2010

E poi Cuba, il Vietnam, la Cambogia, l’Australia, la tanto amata Africa e tutti gli altri viaggi, grandi e piccoli. E ogni volta ho continuato ad imparare e imparare come non avevo mai fatto, nemmeno tra i libri. E ne ho letti parecchi.

E’ per questo, e tutto quello che ancora devo vedere, che vorrei dire a molti genitori: “fate viaggiare i vostri figli, da soli”.

Fateli viaggiare da soli perché solo così impareranno ad essere sicuri di loro stessi. Impareranno a guardare gli altri negli occhi, a sorridere per strada da soli, a camminare con curiosità e a non lasciarsi demoralizzare dalle sconfitte quotidiane.

Capiranno che il mondo è fatto di tanti pericoli ma anche di incredibile gentilezza. E questo lo scopri solo quando ti accorgi delle decine di mani pronte ad aiutarti in ogni angolo del mondo.

Impareranno a conoscere il brivido lungo la schiena quando esci dall’aeroporto e non c’è nessuno ad aspettarti. Ma ci sei tu. E da solo ce la puoi fare. Impareranno a capire che ogni persona ha una storia da raccontare e un pregiudizio da abbattere. Usciranno dalla loro zona di comfort e scopriranno l’importanza del sapersi adattare a persone, culture, orari e situazioni diverse ed inaspettate. Impareranno che nella loro vita possono davvero compiere cose incredibili e lo capiranno osservando la vita e ascoltando i racconti di chi ce l’ha fatta.

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Fiume Mekong, al confine tra Vietnam e Cambogia

Conosceranno la necessità di creare legami nuovi senza rompere quelli passati. Ma capiranno anche l’importanza di lasciare andare, cose e persone, quando non sono veramente importanti o fanno più male che bene. Impareranno a parlare di sé, del luogo in cui sono cresciuti e di quello che avete loro insegnato. Apprenderanno dai loro errori senza che vi sia qualcuno ad indicarglieli o rinfacciarglieli. Capiranno quali sono i loro principali punti di riferimento, sia geografici che personali. E impareranno ad averne rispetto.

Fate viaggiare da soli i vostri figli ed impareranno ad intavolare conversazioni a gesti, a confrontarsi con coetanei, professionisti e professori, a non farsi intimorire da un titolo o da una cravatta, a stringere la mano o a chinare il capo per ringraziare, ad apprezzare caratteri opposti e scegliere il percorso migliore per raggiungere una meta.

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Strada verso Baracoa, Cuba 2013

Impareranno a gestire tempo e spazio, facendo le valigie ed eliminando il superfluo. Capiranno il valore della natura, di una passeggiata da soli in un parco, del rumore dell’Oceano, di ore spese a fissare le persone. Impareranno a pensare fuori dagli schemi e quando scopriranno tutte le meraviglie di cui è fatto il mondo, avranno voglia di renderlo migliore.

E per tutti quei genitori che hanno paura di lasciarli andare, ricordatevi che solo mandandoli lontani impareranno ad aver voglia di tornare a casa.

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Nizza 2014

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