La perdita della propria “zona di comfort”. Bilancio della prima settimana africana. 

La prima settimana di viaggio, di norma, è quella in cui ci distacchiamo dalla nostra personale “zona di comfort”.

Inizia tutto con la prima sveglia e la prima visita al bagno, quando ci rendiamo conto, specie se si è in un campeggio in Africa, che il lento risveglio che accompagna la pipì del mattino, non è che un lontano ricordo.

Il tutto prosegue con il lavaggio di corpo e denti, il cui rituale è composto da:

1) apertura del portellone posteriore della gip con tenda sul tetto;

2) smadonnamenti vari perché il carrello con i cesti contenenti tutti gli arnesi, non si apre;

3) superato lo step n.2, raggiungiamo il bottiglione d’acqua potabile;

4) chiudiamo il portellone e apriamo lo sportello posteriore della macchina dove teniamo lo zaino con la busta “contieni tutto”;

5) ci laviamo le ascelle con il sapone, ci rinfreschiamo con le salviette umidificate e ci strigliamo i denti sbrodolandoci di acqua.

Una volta finito il tutto, ci si veste per bene – perché durante la stagione secca, alle 6:00 fa ancora freddino – e ci si prepara per la colazione. L’iter procedurale è simile a quello del lavaggio corporale ma con due piccole aggravanti: la disinfezione della tazza con Amuchina e l’accensione delle bombole del gas. E tu hai un disperato bisogno di caffè.

Bene. Tutto questo succede il primo giorno. Quando hai ancora un qualche interesse per come ti stanno i capelli e pensi che “chissà se poi quella mail per spostare la riunione l’ho mandata”.

Poi il tempo passa, e verso il quinto giorno di viaggio, e di campeggio con sveglia alle 5:30 in mezzo alla savana, hai dimenticato il pin del cellulare, non sai che giorno sia e non ti interessa nemmeno. Anzi no, non vuoi proprio saperlo. I capelli… i capelli sono un misto di sabbia e polvere, i calzini non li cambi da tre giorni e non puoi farne a meno perché sei in zona malarica e la sera è meglio coprirsi adeguatamente. Per lavarti i piedi hai inventato strategie e posizioni in bilico sul lavandino del bagno pubblico che nemmeno Nadia Comaneci o il nuovo idolo della ginnastica artistica statunitense, mentre le unghie delle mani hanno una simpatica forma a zig zag il cui colore ricorda quello di uno stagno. La colazione si risolve nel versare il latte nella stessa tazza del giorno prima, che hai sciacquato alla meno peggio con l’acqua del bidone, e nell’aggiungervi il caffè solubile.

Ma in cambio… in cambio hai ritrovato ancora una volta quella sensazione di libertà assoluta che ti era mancata così tanto. E poi l’Africa… In una settimana mi ha regalato serate attorno ad un fuoco, sotto un cielo che esplode di stelle, circondata dai grugniti degli ippopotami che amoreggiano a pochissimi metri da me. Sono stata svegliata, nel cuore della notte, dal ruggito di un leone e dall’annusare senza tregua di un branco di iene sotto la nostra tenda. Ho trovato la piazzola del campeggio occupata da un enorme elefante affamato e alquanto ingombrante. Ho bevuto una birra al tramonto, nel bel mezzo della savana, circondata da branchi di antilopi, elefanti, zebre e giraffe… Tutte attorno alla stessa pozza d’acqua per dissetarsi.

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Elefante maschio si aggira nel campeggio Xakanaxa, Moremi Game Reserve, Botswana.

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Xakanaxa Campsite, Moremi Game Reserve, Botswana.

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Tramonto sull’Etosha National Park, Namibia.

Ho sorvolato il Delta dell’Okavango con un aereo monoelica a due posti  tra ansia, nausea ed emozione, pensando a cosa avrebbe detto il nonno nel vedere mandrie di bufali a perdita d’occhio.
Ho risposto al saluto di decine di bambini scalzi, intenti a portare l’acqua sulla testa nel proprio villaggio fatto di capanne di fango. Ho regalato loro bottiglie di acqua e confezioni di pane, sperando nel mio piccolo di regalargli un giorno migliore. Ho conosciuto una giovane donna americana che da 5 anni lavora come chirurgo in un ospedale in Angola. È in vacanza in Botswana con i genitori, che sono venuti a trovarla per la prima volta, e con la sua amica infermiera, che lavora nel suo stesso ospedale da 12 anni. Insieme siamo andati alle Cascate Vittoria e sabato prossimo ci siamo dati appuntamento tutti insieme a Swakopmund, in Namibia.

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Un gruppo di bambini torna a casa con le bottiglie d’acqua piene. Caprivi Strip, Namibia.

Cascate Vittoria (lato Zimbabwe e vista su lato Zambia)

Da loro ho imparato che in Angola si muore di cancro, come e forse più che in Europa. Ma c’è un solo ospedale oncologico… per 25 milioni di persone. E se hai bisogno di un’operazione devi andare dal chirurgo, farti dare la lista degli strumenti di cui necessita e poi andarteli a comprare in farmacia. Ma se hai uno stipendio medio mensile di 35$, tanto vale che vai a casa direttamente.

In Africa mi sono sentita chiamare “amica” talmente tante volte che credo di avere più amici qui che a casa. Ho dormito in macchina tra l’odore del repellente antizanzare e la puzza di merda di babbuino che avevo pestato la sera prima. Ma ho riso così tanto che è andata bene così. Ho capito che in Botswana e Namibia, per qualcuno la situazione sta davvero un po’ migliorando… Ma in cucina, nei magazzini e nelle baracche la pelle è sempre nera mentre negli uffici dirigenziali sono tutti bianchi e la benzina la fai alla Shell, i pagamenti passano dalla Barclays e per la spesa c’è la Spar.

Ho conosciuto due fratelli australiani che viaggiano da due anni attraverso i cinque continenti con la loro moto… Perché quando sei in viaggio, ti accorgi di quanta gente in movimento c’è, nel mondo, e tu in quel momento ne fai parte…

Ho, anzi, abbiamo tirato fuori dalla sabbia del Deserto del Kalahari ben due macchine e ci siamo sentiti così esperti, ormai, da poterci iscrivere alla Parigi-Dakar.

Abbiamo vissuto come non succedeva da parecchi mesi ormai e la parte migliore è che non è finita. Ora ci aspetta la Namibia e vediamo quali nuove avventure ci aspettano. Nel frattempo, credo mi cambierò anche i calzini.

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