Baracoa. La libertad se conquista con el filo del machete.

Lungo la Farola, la strada che inerpicandosi tra le montagne collega Santiago de Cuba a Baracoa, ho visto persone camminare al buio più totale per raggiungere il camion cisterna con l’acqua potabile. Ho visto un ragazzo lavarsi i denti con l’acqua di un ruscello che scendeva dalla montagna e anziani seduti su sedie di legno a discorrere di una giornata che chissà come hanno riempito.

Siamo arrivati a Baracoa in tarda serata. A darci il benvenuto, un gruppetto inoffensivo di jineteros in bicicletta e un cartello che recita “La libertad se conquista con el filo del machete”. Percorriamo alla cieca un numero indefinito di stradine alla ricerca di La Teraza, un palladar consigliato dalla Lonely Planet e, quando finalmente lo troviamo, ad aprirci la porta è proprio Nilson, il più adorabile tra i proprietari delle casas particulares in cui abbiamo alloggiato. Ci accoglie con indosso solo un accappatoio di morbida spugna bianca e con i suoi modi piacevolmente effeminati, al limite dello snob, ci spiega che non ha più camere libera ma che avremmo potuto cenare al suo palladar mentre lui ci avrebbe cercato un’altra stanza.

Ci fa strada, per una lunga serie di scale strette e ripide, un cameriere di una cortesia disarmante. Al terzo piano, una terrazza vista mare arredata in stile africano rivisitato: pareti che su Real Time verrebbero definite animalier, boa di piume, lampade glitterate… ma la meraviglia inizia quando ci portano il mojito: sembra succo di frutta da tanto è buono e dolce. Peccato lo si senta all’improvviso, quando ci alziamo dalla sedia ed entrambi traballiamo. Divoriamo quasi tutto quello che propone il menu: aragosta, spaghetti ai frutti di mare, zuppa di zucca, platano fritto, pesce cucinato in foglia di banana con latte di cocco, pomodoro e spezie miste… una delizia per vista e palato. Storditi dal mojito, ci dirigiamo verso la casa che Nilson ci ha trovato e ci gustiamo una Coca-Cola in terrazza: paradossi della globalizzazione che, pian piano, sta arrivando anche a Cuba.

La Teraza, Palladar, Baracoa (Cuba)

Palladar La Teraza, Baracoa (Copyright © 2016, Il Morale sui Tacchi)

La mattina seguente, una fila di donzelle settantenni impegnate a fare ginnastica sul ciglio della strada, ci saluta ridendo. E’ allegra Baracoa, nonostante l’uragano Ike l’abbia quasi completamente distrutta nel 2008. E’ spensierata e gentile, al contrario dell’invadente Santiago.

Nel lasciarla, ho respirato a pieni polmoni l’odore del cacao proveniente dalla fabbrica di cioccolato del Che. Ho bevuto avidamente un coco de agua appena colto, in mezzo alla foresta, con una cannuccia di bambù e ho fatto merenda con una barretta di Bounty artigianale, fatta dalla moglie di un contadino.

Dopo l’escursione alla Riserva Naturale Alejandro de Humboldt, a 40 Km da Baracoa, dove ho tenuto in mano la rana più piccola al mondo e sono scappata a piedi nudi tra il letame di maiale da una gigantesca scolopendra, ho visto le miniere di nickel violentare il paesaggio e ho conosciuto l’ennesima sfaccettatura di questa terra così paradossale: a tratti dura e diffidente, e a tratti dolce, romantica, affettuosa e coinvolgente.

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