La lunga strada verso Melbourne

1600 Km, 35ºC e solleone – proprio ora che dobbiamo stare chiusi in macchina – due giorni di viaggio e un paesaggio alienante e talmente noioso da sembrare una tortura cinese. Attorno a noi, memorie della Sicilia rurale e, a tratti, dei boschi del Trentino.

La pesantezza del viaggio è accentuata dal nervoso nei confronti di un paese dove dalle 20:00 in poi non ti servono più da mangiare, dalle 17 in avanti le reception chiudono ed è impossibile trovare da dormire, e dalle 21:00 in poi la gente scompare e ti trovi catapultato in una realtà post-nucleare.

Ogni manciata di Km ci compare dinanzi un cartellone, nel bel mezzo del nulla, in cui si invitano le persone a contribuire alla costruzione di una qualche nuova città del futuro. “Land on sale now for 130.000 A$” recita la pubblicità. E ci chiediamo chi mai potrebbe trasferirsi nel bel mezzo del nulla. In un paesaggio che appare, alla mia vista, totalmente insignificante e privo di qualsivoglia fascino. Completamente diverso dal deserto degli Stati Uniti dove almeno, il senso di ovvia desolazione è compensato dallo sgomento per gli spazi sconfinati e per la bellezza indescrivibile di quella terra ancora selvaggia. Nel Queensland no. Qui è come percorrere per Km infiniti la A1. Nessun misterioso paesino fantasma, nessuna sorpresa che ti lasci sgomento. E quando poi incontri un paesino non puoi nemmeno pensare di mangiarti un bel panino sano o un piattone di pasta. Qui no. Qui spendi 15 A $ per un muffin e un caffè in un autogrill dimenticato da Dio. Tuttavia, se dopo lo spuntino aveste ancora uno spazietto libero, consiglio vivamente di prendere l’uscita per Gosford (qualche Km a Nord di Sydney) e farsi cucinare una pizza da Joe’s Pizza. Non solo è buona, ma il proprietario di questa minuscola pizzeria ha gli occhi malinconici di chi per lungo tempo ha portato sulle spalle le aspettative dei genitori, entrambi di Reggio Calabria, e che si sente ancora, invece, un immigrato ai margini di una società non proprio famosa per la sua accoglienza. “Sapete – ci dice in un italiano piuttosto buono ma timido – qui magari ci sono anche i soldi. Ma in Italia si vive meglio”. “E tu ci sei mai stato in Italia?” “Una volta. Bello. Cugini in Calabria. Ma genitori qui e altra famiglia negli Stati Uniti”.

Una coppia di australiani piuttosto massicci e rozzi lo prende in giro per come parla. Così, infastidita dalla situazione, di punto in bianco gli chiedo un biglietto da visita e, in inglese, mi complimento per l’ottima pizza aggiungendo che, da Italiana, ho una certa esperienza in merito. Joe sorride, tra l’imbarazzo e la gratitudine. Mi chiedo se anche a lui, qui, dicono “torna a casa tua”. Sul muro una cartina dell’Italia in cui vi sono tutte le province con un piccolo disegno dei monumenti tipici. C’è anche Pordenone, con la sagoma stilizzata del suo Municipio. E per un attimo lunghissimo mi manca casa. E il mercato del sabato mattina con mamma e, quando si uniscono a noi per il caffè, le due “zione”. Questo il viaggio che ci porta a Melbourne, dove ci aspetta la nostra amica Anna.Grazie a lei scopriamo una città in pieno e continuo fermento. Molto più umana e vera di Sydney. In due giorni la percorriamo in lungo e in largo: dal centro, con Chinatown, il Flagstaff Garden e la birretta in un locale sul rooftop, sino a Fitzroy e Northcote. Questi ultimi, due quartieri periferici in pieno sviluppo in cui è difficile scegliere in quale locale fermarsi a mangiare o a bere qualcosa.

Ad arricchire l’esperienza, le coloratissime casette di Brighton Beach e la cena al Lentil ad Anything, più che un luogo di ristoro, un esperimento sociale splendido che ha trovato casa all’Abbotsford Convent, un ex monastero ora convertito in un ristorante. Il proprietario di origini pakistane, infatti, ha trasformato questo bellissimo edificio, e il parco che lo circonda, in una sorta di mensa in cui cucinano e servono un menù fisso e in cui paghi ciò che vuoi, all’uscita, infilando i soldi in una cassetta rossa. Nessuno controlla se, e cosa, offri. A far la guardia alla “cassa”, solo un cartello in cui si spiega che 5$ non coprono il pasto, 10 $ li fanno rientrare delle spese per cucinare ciò che hai mangiato e, offrendo dai 15$ in su, riesci a pagare il pasto e a contribuire alle spese per il sostentamento dei rifugiati e richiedenti asilo che cercano di ricominciare una nuova vita in Australia. La seconda caratteristica importante è che tutti coloro che lavorano al ristorante sono volontari e vanno dai 20 ai 60 anni suonati.

Il nostro secondo e ultimo giorno a Melbourne ruota attorno ad una passeggiata a Brighton Beach e all’attesa dell’imbrunire al St. Kilda Pier dove facciamo la conoscenza di una colonia di Pinguini minori blu, la razza di pinguino più piccola al mondo. Tra gli scogli, ogni sera al tramonto, fanno capolino decine di pulcini che attendono il ritorno dei genitori dalla loro giornata di pesca al largo. Davvero uno spettacolo imperdibile. Forse meno organizzato ma sicuramente anche meno turistico e più autentico rispetto a Phillip Island.

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Brighton Beach (Copyright © 2016, Il Morale sui Tacchi)

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