Un’occasione per essere felice

Voglio essere sincera. Mentre scrivo quest’ultimo post non sono in Asia, seduta sul sedile di qualche traballante autobus o nella panchina di una caotica città asiatica. Eppure è come se lo fossi. Sono passate tre settimane da quando sono tornata ma il Vietnam è sempre lì, fermo nei miei pensieri e nella percezione di ciò che è la mia vita normale e ciò che invece vorrei che fosse e dovrebbe essere. Qualche tempo fa ho letto il blog di una viaggiatrice anonima, la quale sosteneva di lavorare undici mesi l’anno solo per poter vivere la sua vita per 30 giorni. Mai mi sono trovata così concorde con l’opinione di qualcuno.

Non passa giorno in cui mi chiedo come mai, tra gli innumerevoli paesi che ho visitato, Vietnam e Cambogia mi siano rimasti così impressi, e perché questa seppur breve esperienza sia stata così immensamente totalizzante. Vi sono giorni in cui mi ritrovo a camminare per Bologna e mi sento attorniata da tanti robottini anonimi. Ecco, sì… forse è questo a mancarmi più di tutto dell’Asia. La percezione che ogni metro può portarti a qualcosa di diverso, ad un segreto che potresti essere la prima persona a scoprire. Dicono che l’Asia sta cambiando, che ormai vi è rimasto poco di mistico e autentico, che le sue tradizioni sono destinate a scomparire definitivamente. Terzani lo affermava già nel 1992 quando iniziò a scrivere uno dei suoi più celebri libri: “Un indovino mi disse”. Ebbene, a me Terzani non è mai piaciuto, non mi ha mai provocato alcuna simpatia e non ho mai trovato interessante il suo modo di scrivere. E, onestamente, non mi trovo concorde neppure con la sua opinione sulla scomparsa dell’Asia autentica. Certo, sarebbe difficile non rendersi conto che non è immune alla voglia di occidentalizzazione che ha contagiato ogni parte del Pianeta, ma nel farlo ha saputo mantenere alcuni fondamentali tratti del suo essere unica. Penso ad una sua frase, in particolare: “l’Occidente è riuscito a dare, a chi non è moderno a sua immagine, un grande complesso di inferiorità”.

Ma io questo senso di inferiorità in Vietnam non l’ho visto. Anzi, in esso ho visto tutta la fierezza di un popolo che ha saputo sopravvivere a quasi un millennio di dominazione cinese, 15 anni di guerra americana, imperialismo francese, invasioni mongole e chi più ne ha più ne metta… fiero e veloce come le sue donnine ossute e rugose che sgambettano per le strade di Hanoi, ognuna con il proprio dong hang, una sorta di negozio ambulante formato da due piatti di vimini carichi delle pietanze o degli oggetti più disparati. Robusto e impermeabile ad ogni malumore, come gli indimenticabili cappelli conici che i suoi abitanti portano ancora d’abitudine.

E’ bello il Vietnam. E’ bello e gioioso, nonostante il caldo che ti fa sudare ogni angolo del corpo, nonostante lo smog che ad Hanoi non ti fa respirare bene, nonostante l’odore talvolta nauseabondo che ti penetra nelle narici quando gironzoli curioso nei mercati, alla ricerca di chissà quale animale fatto a pezzi e cucinato. Scena che per fortuna, comunque, non mi è mai capitato di vedere. E’ coinvolgente, il Vietnam, con i suoi cento, mille, milioni di motorini che attentano costantemente alla tua vita. E come mi manca quel brivido lungo la schiena quando trionfante saltavo sul marciapiede dalla parte opposta della strada, contenta di non essermi fatta tirare sotto da qualche famiglia interamente stipata in un unico sellino. Mi mancano i tuk tuk e quella sensazione di facile divertimento che mi ha invasa per settimane, percorrendo le strade di questo paese così facile da girare, così sicuro e cortese. Mai un rimprovero, mai uno sguardo cattivo o seccato, neppure quando per farmi capire dovevo dar sfogo a tutte le mie capacità di mimo. E quegli occhi, così furbi, teneri e curiosi nel cercare di capire perché andassi in giro con le braccia scoperte – che la pelle chiara, si sa, è molto più bella – o che cosa ci fosse mai di curioso nel navigare per un fiume giallo e lercio e lavarsi i denti nelle sue acque. “Perché, scusa, tu non usi l’acqua per lavarti i denti???”.

E le strade, piene di negozi tutti uguali l’uno all’altro, in barba alla diversificazione che dovrebbe facilitare la vendita di un qualsivoglia prodotto: in Vietnam, così come in Cambogia e credo in tutta l’Asia, se uno inizia a vendere fumetti e il giro d’affari gli va bene, non passeranno troppi giorni prima che i suoi vicini facciano altrettanto. E ti ci voglio vedere a trovare il negozio autentico se poi tutti si chiamano allo stesso modo, magari con un accento diverso, oppure un minuscolo numeretto a fine insegna. A me è capitato l’ultima sera, mentre cercavamo un posto per la nostra ultima cena vietnamita. Ci siamo addentrati in un quartierino nei pressi della città vecchia ed ecco che i ristoranti hanno iniziato ad essere tutti uguali l’uno all’altro e a chiamarsi allo stesso modo. Alla fine direi che per noi ha deciso il caso: in quello che avevamo scelto non vi era alcun piatto vegetariano e così ci siamo rifugiati al Ly Club, nell’Hoan Kiem District. Un locale all’aperto, romantico e chiassoso ma in cui non hanno ancora afferrato che l’essere occidentali non significa per forza non aver voglia di adeguarsi alla cultura locale. E così ci siamo trovati a dover convincere la cameriera a portarci ciò che avevamo ordinato e non ciò che lei sosteneva ci sarebbe piaciuto: “non potete prendere questo piatto. Non vi piacerebbe. Il sapore è troppo forte. Prendete quest’altro che è più simile alla vostra cucina”. Ma anche questo fa parte della bellezza di questi luoghi. L’incredibile affabilità e attenzione dei suoi abitanti, così lontana dall’arroganza e dalla sinistra furbizia dei cubani che ho incontrato l’anno precedente.

E’ stato difficile tornare alla vita quotidiana. Lo è tuttora, soprattutto quando mi guardo attorno e ogni strada mi sembra uguale, ogni movimento mi sembra scontato, ogni azione intrapresa dalle persone mi sembra identica alla precedente, prevedibile e banale. Lo è quando apro una confezione di riso e non posso fare a meno di chiedermi che ne sia stato del suo profumo… Quell’odore intenso che sprigionano le risaie dopo la pioggia, mentre il verde più verde che io abbia mai visto ti invade la vista.

Un attimo prima di entrare in aeroporto mi sono girata per l’ultima volta verso il tramonto. Ho avuto fortuna. E’ sempre romantico salutare un luogo mentre il sole scompare. Ti permette di dar vita a pensieri tanto sdolcinati dall’essere quasi patetici. Ho guardato i campi, a sud di Hanoi e come ogni volta non ho potuto fare a meno di chiedermi se io e il Vietnam ci saremmo mai rivisti. Un po’ come si fa con una persona dalla quale è difficile staccarsi. Che hai frequentato per un po’ e per qualche ragione, a te in fondo sconosciuta, devi lasciare. La porta scorrevole si è chiusa dietro alle mie spalle, e alla mia valigia, e mi è tornata in mente una frase di Terzani, forse una delle poche che mi hanno lasciato qualcosa: “tutti dobbiamo chiederci sempre se quel che stiamo facendo migliora e arricchisce la nostra esistenza. O abbiamo tutti, per una qualche innaturale deformazione, perso l’istinto per quel che la vita dovrebbe essere, e cioè soprattutto un’occasione di felicità?”. Ecco, il Vietnam per me è stato soprattutto questo: un’intensa e coinvolgente occasione per essere felice. E credo proprio lo sarò ancora, presto… appena comprerò il prossimo biglietto aereo.

> Se vi ho convinto a partire alla scoperta del Vietnam, in questo post trovate tutte le informazioni utili ad organizzare il vostri viaggio.

Share this!Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Lascia un commento