Alla fiera del H’mong (Sa Pa)

Sapa, 23 agosto 2014

Sono le 5:58 del mattino quando, con voce squillante, la hostess del treno ci sveglia per il caffè. Manca ancora almeno un’ora e mezza all’arrivo a Lao Cai, ma qui in Vietnam le giornate iniziano con il sorgere del sole: non c’è un solo minuto da perdere in questo caotico e industrioso paese!

Alla stazione ci aspetta una signora bassa e tracagnotta che tra le mani stringe un cartello con il mio nome. Velocemente ci porta ad una navetta e l’ora successiva la passiamo stipati tra turisti e valige lungo la strada che porta a Sa Pa. Ad ogni curva e ad ogni ostacolo, una suonata di clacson. Attorno a noi il paesaggio cambia velocemente: le strade della piccola e brutta Lao Cai, a pochissimi km dal confine con la Cina, lasciano il posto dapprima a verdi colline alberate e poi, a pendii montuosi quasi interamente terrazzati per consentire la coltivazione del riso.

Man mano che ci avviciniamo a Sa Pa, iniziamo ad incontrare gruppetti di donne appartenenti alle tribù montane: H’mong neri, H’mong a fiori, Dzao… Tutto sembra così autentico e incontaminato che non ci sembra vero. E infatti… Al nostro arrivo a Sapa veniamo letteralmente assediati da decine di bamboline colorate, tutte uguali nelle movenze e nelle affermazioni ripetute a cantilena in un inglese quantomai approssimativo: “hallooooo… shopping???!” “You buy for meeeee????!“.

Per i due giorni successivi, queste frasi ci hanno perseguitati continuamente: passeggiando per Sapa, che abbiamo scoperto essere una sorta di Cortina del Vietnam, a cena, quando dal metro di altezza da terra in cui i tavolini dei ristoranti vengono sistemati, le piccole bamboline robot ti guardano mangiare, con quegli enormi occhi neri e i lineamenti perfetti, sperando di convincerti a comprare qualcosa. La mattina, le vedi dalle grandi vetrate dell’albergo, in cui non osano entrare, mentre studiano il piano migliore per arrivare prima delle altre al turista di turno. Basta un tuo sguardo ed è finita… Te le porti appresso per almeno quindici minuti. Loro, e il neonato che di solito portano sulla schiena. Alla maggior parte di loro è impossibile dare un’età, ma sicuramente sono troppo giovani, almeno secondo i nostri standard occidentali, per avere dei figli. In mezzo a loro, che conservano ancora un minimo di timidezza negli occhi, vera o costruita che sia, ci sono le guerriere: vecchiette alte non più di un metro e cinquanta, scatenatissime e prepotenti.

Ti corrono dietro con la stessa agilità di un quindicenne su un monopattino e sono pronte a venderti dalla borsetta ricamata al braccialetto d’argento… Ma se gli stai simpatico, un grammetto di hashish te lo propongono volentieri.
Forti delle loro inesauribili batterie, alimentate a miseria, ignoranza e desiderio di un illusorio progresso, passano le loro giornate a percorrere la via principale di Sapa avanti e indietro. Ogni tanto si raggruppano e cinguettano come ragazzine durante la passeggiata del sabato pomeriggio in centro.
Ma è la sera che la fiera dà il suo meglio, quando alle bamboline robot si aggiungono i piccoli soldatini.
Avranno sì e no cinque anni e, negli occhi, il sonno dei bambini dopo la cena. Hanno lo sguardo assente e, contrariamente alle loro madri parlanti, la loro forza di venditori sta proprio nel non dire niente. Almeno con la bocca. Con gli occhi raccontano un sacco di storie: delle sere passate a impietosire i passanti, a farsi accecare dai flash di turisti maleducati, ad accettare caramelle in cambio della foto profilo di Facebook di qualche occidentale. Non vanno a scuola, questo lo sappiamo. Ma giocano nel fango, di giorno, quando non sono impegnati a saltellare a comando per qualche “bon bon” extra nei loro villaggi, trasformati ormai in fiere dell’artigianato locale in cui paghi il ticket di ingresso. Quarantamila Dong a persona è il prezzo del loro spettacolo quotidiano. Per quella misera cifra puoi entrare nelle loro case, palesemente finte, ammirare i loro piccoli maialini neri, declinare il continuo invito delle loro madri robot parlanti a comprare… e se sei fortunato puoi addirittura vederli mentre si lavano nel fiume, lurido, o si arrampicano negli alberi per recuperare qualche gioco. È forse uno degli spettacoli più brutti e squallidi che abbiamo visto nella nostra vita.

Onde evitare di sprecare i nostri ultimi giorni in Vietnam in questo modo, decidiamo di affittare il solito sgangherano scooter e ci allontaniamo dalla Cortina del Vietnam. E allora sì che il viaggio acquista un senso. Appena fuori Sa Pa, procedendo verso est, una serie di tornanti ti guidano al passo di montagna che conduce al punto più caldo del Vietnam. Una vallata verde tempestata di risaie a terrazza. Il cielo è azzurro e l’aria, dopo settimane di afa e sudore che cola, è frizzante e fresca.

Ad ovest di Sa Pa, poi, una volta attraversato un piccolo corridoio di altissimi bambù, si apre un paesaggio incantato. Il verde è quasi accecante, nonostante la pioggia battente. Ogni cinquecento metri siamo costretti a rallentare a causa dell’acqua che, cadendo dal crinale della montagna, crea un torrente trasformato all’occorrenza in una vera e propria stazione di autolavaggio manuale per motorini.
Procediamo sempre più contenti di esserci allontanati dalla fiera e dai suoi prezzi occidentali, e cominciamo ad attirare gli sguardi divertiti delle persone. La maggior parte di loro ci sorride. I bambini ci rincorrono per un po’ o si soffermano a fare “ciao” con la manina. Altri urlano “hallo”. È uno spettacolo. Ma questa volta non ci sono biglietti da pagare. Solo sorrisi da prendere e ricambiare.

Decidiamo di lasciare il motorino nel piccolo villaggio di Tan May. Qui dovrebbe esserci un sentiero interessante da percorrere. Peccato solo per la pioggia! Attrezzati alla meno peggio con K-Way e scarpe da trekking, ci perdiamo tra le terrazze di riso e il loro profumo. La pioggia ci inzuppa i pantaloni. Le scarpe affondano ogni dieci metri in qualche montagna di fresca e nera merda di mucca. Tra una salita scivolosa e un torrente in cui ci immergiamo per metà, attraversiamo un villaggio in cui non vi è finzione. Ci sentiamo quasi di troppo ma decidiamo di proseguire. Ogni tanto il silenzio viene interrotto dal pigolio di pulcini che non capiamo bene da dove arrivino, e da bambini che portano al pascolo le mucche più belle e pasciute che abbiamo mai visto. All’improvviso il clima cambia. Esce il sole. Si muore di caldo ma spogliarsi è come immolarsi sull’altare sacrificale delle zanzare.

Dopo un paio d’ore, dalla montagna di fronte a noi inizia a scendere un muro di nuvole. Sono quasi le 16:00 e tra un’ora fa buio. Decidiamo coscientemente di tornare verso il villaggio in cui abbiamo lasciato lo scooter e prima di partire ci fermiamo al Bamboo Bar, una baracca pattugliata da un bel ragazzo biondo che potrebbe tranquillamente essere un surfista australiano. Invece no. Come scopriamo di lì a poco, dopo esserci fatti convincere ad accomodarci, è olandese ed è amico del proprietario del locale che, ogni anno ad agosto, torna in Olanda per un mese e gli lascia in gestione il bar. Dopo aver bevuto un tiepido succo di mango (ancora non riusciamo a fidarci del ghiaccio), saltiamo in groppa al nostro motorino e salutiamo il viaggiatore olandese. Siamo stanchi ma l’idea di tornare a Sa Pa non ci va giù. E così via, ancora una volta, a correre fuori e dentro le nuvole, tra villaggi sperduti, torrenti, risaie e sorrisi commoventi.

Hotel: Sapa Lodge. Ottimo alberghetto con una colazione davvero buona e abbondante. La camera è in stile quasi tirolese e se riuscite a farvi dare una stanza con terrazza sul lato della montagna, la vista è davvero incredibile. Potreste passare ore ad osservare le nuvole surfare sul monte Fansipan.

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