Una splendente umanità (Danang – Hoi An / Hoi An – Hue)

Pullman per Hué, 18 agosto 2014

La partenza per Hoi An è iniziata nel modo più divertente: stanchi e terribilmente accaldati, dopo una camminata di un Km sotto il sole e il peso degli zaini, alla presunta fermata dei pullman quando, strombazzando, accosta un autobus giallo che ci grida “Hoi An“.

Ci guardiamo e decidiamo di salire. Ovviamente l’autista non si ferma e noi ci esibiamo in un’atletica “salita al volo”. L’autobus è vecchio, giallo e pieno di locali incuriositi. L’aria condizionata non c’è e ci prepariamo ad affrontare la successiva ora con la porta aperta. Tanto meglio per noi che godiamo delle scenette offerteci dall’aiutante dell’autista, un ragazzotto che tra una sigaretta e una bevuta d’acqua da una fetida brocca, fa salire e aiuta a scendere i passeggeri. Sempre, ovviamente, senza fermarsi. Il prezzo del biglietto, per noi turisti, è maggiorato – da 20.000 a 50.000 VDN – ma consiglio vivamente l’esperienza.

Accanto a me si siede una signora, tutta completamente bardata: maniche lunghe con tanto di guanti annessi, mascherina, cappello… per la verità puzzicchia anche un po’ del pesce che ha nella borsa, ma non me la sento proprio di spostarmi. Dopo un po’ che mi osserva, si mette a ridere e tenta di comunicarmi qualcosa che ha a che vedere con il colore della mia pelle. Intuisco che mi suggerisce di coprirmi le braccia… per lei, ovviamente, sono più belle bianche. Sapesse quanti centri estetici farebbe fallire se da noi la pensassero tutti così.
La cosa che mi colpisce di più è la capacità di capirci, o intuirci, solamente con il sorriso. Tra una frase in vietnamita, lei, e una frase in inglese – più battuta in dialetto – io, riusciamo a dialogare per qualche minuto. Ci sono persone con cui condivido la stessa lingua eppure ci metto molto più tempo, energia e pazienza, per costruire una conversazione mediamente sensata e valida. Afferro così, nuovamente, un pensiero che mi ha sfiorato spesso viaggiando, ossia che il sorriso è l’unica lingua universale. La sommità della Torre di Babele doveva per forza essere il volto di una persona. E se questo viaggio mi darà ragione, potrei anche pensare che quel volto fosse di una donnina vietnamita.

Dopo un’ora arriviamo ad Hoi An. Siamo subito circondati da autisti di motociclette che vogliono portarci in centro ma desistiamo e cerchiamo un taxi. Come sempre, la compagnia Vinsuna non ci delude e in cinque minuti siamo al nostro Hotel. L’albergo in cui abbiamo prenotato una stanza è a poche decine di metri dall’ingresso del centro storico. E’ pieno di giovani che scorrazzano nella piscina centrale e l’atmosfera a metà tra albergo e ostello non ci dispiace affatto. L’unico problema è il caldo afoso e il condizionatore che funziona a singhiozzi e fa molto rumore.

Per entrare nel centro storico di Hoi An è necessario pagare un biglietto, acquistabile in più di un negozio fuori dalle mura, il cui ricavato viene utilizzato per conservare le abitazioni centenarie e i luoghi protetti dall’UNESCO. L’atmosfera è talmente magica e particolare che il flusso continuo di turisti non riesce a rovinarne l’incantesimo. Passeggiamo avanti e indietro tra ponti, case antiche, negozietti e bar in cui ci dissetiamo bevendo cocco d’acqua. La sera ceniamo al Cargo Club e riusciamo addirittura ad accaparrarci un tavolo per due nel terrazzo al piano di sopra. La vista sul fiume, in cui galleggiano centinaia di lanterne colorate, è una meraviglia. Per non parlare del pesce alla salsa di soia caramellata che divoriamo come non mangiassimo da settimane. Dopo cena facciamo una passeggiata dall’altra parte del fiume e ci perdiamo tra le bancarelle e le lanterne colorate. Pura magia.

Prima di tornare in albergo, cerchiamo un negozio in cui far confezionare un vestito. Alla fine troviamo chi mi promette di cucirmi un vestito da cerimonia su misura in meno di 24 ore. Il risultato sarà straordinario: un abito lungo verde smeraldo, di seta a chiffon, a 50$. L’avrei usato per il matrimonio di due cari amici qualche mese più tardi: un successo assicurato.

Il giorno affittiamo un motorino e andiamo a cercare una spiaggia dove passare un pomeriggio in assoluto relax. Alla fine, dopo qualche Km tra le risaie, a respirare il profumo del riso, troviamo una spiaggia piena di barche a forma di noce di cocco con cui i vietnamiti vanno a pescare.

A pochi Km di distanza, le isole Cham. Ci fermiamo a fare colazione in una baracca ma una volta adocchiate le vasche piene di pesce fresco, non resistiamo e ci concediamo un favoloso pranzo a base di scampi e branzino. Il prezzo è lo stesso di due pizze margherita da noi. E la gentilezza dei proprietari… impagabile.

Il giorno successivo partiamo all’alba per My Son. Purtroppo la ragazza alla reception del nostro albergo si dimentica che abbiamo la corriera di ritorno per Danang nel primo pomeriggio e ci prenota un’escursione con rientro alle 16:00. Di tutto questo, però, ci accorgiamo solo una volta arrivati ai templi. Facciamo una rapida passeggiata nel sito archeologico che, in tutta onestà, dopo lo splendore di Angkor ci lascia un po’ perplessi, e chiamiamo l’hotel. Una volta capito l’errore, ci mandano il direttore in persona a prenderci. Il viaggio di ritorno è impagabile e più interessante ancora dei templi. Il direttore del nostro hotel, infatti, ci racconta del rapporto del Vietnam con gli Stati Uniti, di come abbiano perdonato perché serbare rancore non è nella loro cultura. E ci spiega come, invece, i vietnamiti odino profondamente la Cina e tutto ciò che rappresenta. Con una lucidità disarmante, ci dice chiaramente che se avesse una pistola, ad un cinese potrebbe sparare senza pensarci due volte. L’affermazione mi lascia allibita. Forse perché, al di là dell’azione condannabile, stona un po’ con l’idea di popolo mite e gentile che mi sono costruita. Ma sorrido comunque e continuo ad ascoltare. Guardo fuori dal finestrino e mi accorgo che siamo arrivati ad Hoi An. Il pullman per Huè ci aspetta.

Da non perdere:

– la cena al Cargo Club;

– l’abito su misura;

– il museo della seta;

– il negozietto della Ginko Vietnam: vendono t-shirt a prezzi non proprio abbordabili ma sono tutte in cotone organico e hanno delle stampe molto belle e caratteristiche. Imperdibile quella che raffigura il tipico palo della luce traballante, che vedrete ovunque, con decine di fili della corrente scoperti.

Hotel: Vinh Hung 2. Un po’ chiassoso ma carino e in una posizione ottima per muoversi a piedi.

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