Alla scoperta dell’Impero khmer (Siem Reap – Templi di Angkor)

Danang, 15 agosto 2014

Sono passati un paio di giorni da quando non aggiorno più questo rudimentale diario di viaggio, e se mi impegnarsi potrei riempire pagine e pagine di carta, virtuale, con i racconti di ciò che abbiamo visto e vissuto.

Siem Reap è una cittadina molto turistica e la sera si riempie di vita. Camminando per Pub Street, se non ci si focalizza sui menù e i nomi dei ristoranti che la riempiono, si ha la sensazione di essere in una qualsiasi capitale europea: dai locali escono le note delle più famose Hit occidentali, ragazze alticce si abbracciano tra loro e ridono a squarciagola… A tal proposito, mi viene in mente ora che tutto ciò che le guide dicono a proposito del codice d’abbigliamento da seguire, è assolutamente falso. Qui, come in Vietnam, tutte le ragazze vestono all’occidentale: top, pantaloncini, vestiti corti e lunghi… Insomma, l’abito tradizionale ormai si vede solo indosso a talune persone adulte e anziane… Il che, per coloro che sono alla ricerca dell’identità asiatica, può essere un peccato, ma rappresenta comunque un segno dei tempi che cambiano. Anche nella vecchia e tradizionalista indocina.

Nelle due sere trascorse in città,  abbiamo provato a cenare al Viroth’s, buonissimo e abbastanza economico, e al Khmer restaurant, assolutamente da evitare. Il Chivit Thai, ristorantino descritto come romantico e sofisticato, oltre che economico,  è andato in bancarotta e ora, al suo posto, c’è un centro massaggi… massaggi… (?!)

Il Night Market è terribilmente turistico e il numero incredibile di bancarelle, tutte uguali tra loro, ti fa perdere il senso dell’orientamento! Molto meglio godersi una passeggiata serale tra i negozietti aperti fino a tardi: una piacevole occasione per fare incetta di spezie e pensierini vari.

Ma veniamo alla parte interessante: i templi di Angkor. Un paradiso per gli occhi e per la mente. Tiziano Terzani, scrittore a cui non riesco proprio ad affezionarmi, ha scritto una cosa che però condivido: “Angkor è uno di quei pochi luoghi al mondo che ti fa essere fiero di far parte della razza umana”.
Immersi nella giungla, sono la rappresentazione terrena del Monte Maru, l’Olimpo degli hinduisti. Si raggiungono in una ventina di minuti di Tuk Tuk (o Moto-Remork, come lo chiamano in Cambogia). Il biglietto di ingresso e piuttosto caro: 20$ un giorno e 40$ che tu ci voglia venire sia due che tre giorni. Anche il tragitto in Tuk Tuk è allineato ai prezzi dei taxi occidentali: 15$ per il tragitto dall’hotel e la visita al piccolo circuito (Angkor Wat, Ta Phrom e Angkor Thom) e 18$ per il circuito più ampio che comprende cinque templi.

Immersi nella giungla, nascondono la poesia di quei luoghi sottratti alla natura con la voracità e la potenza di cui solo l’uomo è capace… Ma che poi, con ancora più forza, la natura si è ripresa e ne ha plasmato le forme.
Enormi e possenti radici escono da quelle che un tempo erano le finestre del Ta Phrom, con tanta imponenza da essere riuscite a spostarle dalla loro posizione originaria.
A volte si scorgono dei monaci, quasi uguali l’uno all’altro, con le loro vesti arancioni, gli occhi grandi e neri e le piccole teste tonde tutte rasate. Hanno un’età indefinibile e uno sguardo dolcissimo e timido.
I raggi di sole che filtrano tra le rocce e le radici, illuminano gruppi di farfalle – alcune per la verità più simili a pipistrelli – e libellule.
A rovinare la poesia, l’orda di turisti che, come noi, è venuta fin qui alla scoperta di quello che fu l’impero angkoriano. Per scattare una foto è necessario mettersi in fila, per ascoltare i rumori della giungla bisogna allontanarsi, e considerando che il terreno potrebbe essere ancora minato, non è assolutamente consigliabile uscire dai sentieri battuti. Oltre ai turisti, i templi sono pieni zeppi di bimbi che cercano di vendere libri e cartoline. Ovviamente ne acquistiamo uno, in inglese, il cui prezzo “speciale per noi”, scende da 27$ a 5 $.

Detto questo, ovviamente la visita merita ma, purtroppo, l’assedio dei turisti gli fa perdere molta di quella magia che potrebbe riservare ai visitatori. Anche a noi italiani che, bisogna ammetterlo, in quanto a rovine e monumenti antichi, siamo piuttosto spocchiosi e pretenziosi, sempre pronti a paragonare ogni pieta millenaria con i templi di Agrigento, il Colosseo…

Il secondo giorno a Siem Reap ci facciamo convincere dalla Lonely ad alzarci alle 4:30 per vedere l’alba sull’Angkor Wat. Che idea idiota! È stato come ritrovarsi ad un rave. File interminabili di turisti da ogni parte del mondo, in fila, seduti, in piedi, stesi, assonnati, esagitati, fastidiosi… insomma, esperienza infelice e per nulla eccezionale. Il sole sorge dalla parte opposta per cui nemmeno la luce sul tempio è poi così incredibile.
Dopo essere stati abbandonati dal nostro autista di Tuk Tuk, aver pagato 1$ per farci prestare un cellulare per chiamare l’albergo e spiegare che ne stavamo prendendo un altro e che non avremmo sborsato un centesimo per quello che, da bravo furbo, se n’era andato a procacciare una corsa extra, decidiamo di non sprecare la levataccia e ci facciamo portare ai Templi di Roluos, che segnano l’inizio dell’arte classica della civiltà Khmer.

Nonostante siano palesemente più piccoli e mal tenuti rispetto ai fratelli famosi, questo complesso di templi ci è piaciuto moltissimo. Innanzitutto abbiamo avuto la fortuna di visitarli in completa solitudine e questo ci ha fatto immergere totalmente nell’atmosfera mistica che li contraddistingue. Inoltre, nel corso della visita al Lolei, abbiamo conosciuto – o meglio, siamo stati accalappiati – da un giovane maestro di inglese che lavora come volontario nella scuola per bambini accanto al tempio. Ci porta a vedere la piccola biblioteca all’interno di una baracca: ci sono anche dei computer ma la corrente elettrica arriva solo una volta a settimana, il giovedì. Accanto stanno costruendo il nuovo modesto edificio scolastico. Questa volta in mattoni e su due piani. Attorno a noi è pieno di giovanissimi monaci, alcuni li scorgiamo a dondolarsi sulle amache, altri a studiare e scrivere alla lavagna in quei caratteri per noi così incomprensibili. Dopo averci presentato il suo maestro, che io, in quanto donna, non posso toccare, l’insegnante ci spiega che nella loro comunità accettano anche volontari che insegnino l’inglese ai monaci. Magnifico!

A rallegrare maggiormente la situazione, un gattino appena nato che fatica a stare in piedi e dei cuccioli di cane che giocano con i miei coloratissimi pantaloni. Insomma, una ventata di spensieratezza e autenticità. Gli lasciamo 10$ e firmiamo il quaderno delle donazioni.

Questi cinque giorni in Cambogia sono volati. Siamo convinti di non aver visto praticamente nulla e di non poter essere in grado di dare un parere serio e preciso. Tuttavia, ci sentiamo di poter dire che:

– il Vietnam ci manca. Soprattutto la sua cucina (il tanto pubblicizzato Amok khmer non è poi un granché);
– abbiamo speso più soldi a Siem Reap in tre giorni che in un’intera settimana in Vietnam;
– a causa dell’estrema povertà in cui versa la popolazione, in Cambogia è bene fare attenzione ai resti e ai cambi di valuta. Detto questo, le persone sono di una dolcezza incredibile anche se la loro gentilezza, a differenza di quella vietnamita, dà l’idea di essere un po’ meno spontanea e più imposta;
– l’estrema povertà del popolo cozza terribilmente con l’attenzione estrema nel compiacere il turista occidentale;
– poche cose sono fastidiose come vedere persone provenienti da recenti situazioni di benessere (nel caso specifico, una comitiva di turisti brasiliani) che giocano a fare i “signori padroni”. Ho visto scene raccapriccianti di comitive di brasiliani che trattavano a pesci in faccia i camerieri dell’albergo. E questi, mai un segno di cedimento, solo sorrisi. La mia giugulare ne ha risentito parecchio;
– i prezzi sono gonfiati ovunque. Molte volte in modo totalmente ingiustificato;
– non andate, per alcuna ragione al mondo, a vedere l’alba sull’Angkor Wat;
– contrattate senza tregua;
– chiedete informazioni su Child Safe, l’associazione che lotta contro il turismo sessuale e gli abusi sui bambini.
– Muoversi in Tuk Tuk è una figata pazzesca!
– Il massaggio ai piedi che fanno alla Spa dell’Angkor Miracle è un’esperienza subliminale;
– prenotate un mega albergo a cinque stelle approfittando delle promozioni di Booking! Ne vale la pena… Costano come un ostello da noi!
– La Vietnam Airlines non ci ha uccisi… E siamo atterrati sani e salvi a Danang. Prossima destinazione: Hoi An!

Buonanotte Danang!

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