La collina di Penh

Phnom Penh, 12 agosto 2014

Dopo una notte ristoratrice, in una stanza invasa dalle zanzare, facciamo colazione in una terrazza all’aperto sul tetto dell’hotel. Davanti a noi la collina di Penh e, tutto attorno, un caldo umido già asfissiante. Alle 9:30 precise,  il nostro autista ci aspetta fuori dall’albergo con il suo Tuk Tuk. Partiamo alla volta del Palazzo Reale: l’ingresso costa 6.50$ a testa ed è richiesto un abbigliamento consono (niente scollature o maniche corte, né pantaloncini sopra il ginocchio sia per l’uomo che per la donna). Il palazzo principale, stamattina, è chiuso al pubblico sempre per volere del Re… Bella fregatura! Giriamo comunque per i giardini, attraverso palazzi sontuosi dai tetti dorati. Il sole annienta le forze così ci dirigiamo verso la Pagoda d’Argento in velocità. La scalinata d’ingresso è in marmo italiano, il pavimento all’interno è interamente ricoperto di piastrelle d’argento, e il Buddha seduto è d’oro massiccio e posa su un trono di marmo di Baccarat. Dinanzi a lui un altro Buddha, in piedi, tutto d’oro e tempestato di diamanti. Sembra proprio che la necessità di sfarzo e ricchezza sfrenata sia un difetto di tutte le religioni, siano esse più o meno attente alle necessità dei propri fedeli o adepti, sensibili o meno all’individuo, professino o meno la necessità di spogliarsi dai beni terreni.

Mi chiedo se a Buddha, così come al Signore, gliene possa mai essere fregato qualcosa di essere ritratto con ori e pietre preziose di ogni genere. O se avesse preferito che fuori dalle mura della Pagoda i bambini non corressero nudi per le strade o non venissero messi in mostra, sempre nudi, da ragazzine poco più che quattordicenni ai turisti occidentali. A tal proposito,  il turismo sessuale a danno di minori e bambini è, qui in Cambogia, una vera e propria piaga e per strada vi sono numerosi cartelloni di iniziative nazionali e non che denunciano la pedofilia e invitano i turisti a parlare qualora vedessero comportamenti sospetti. Tuttavia, sembra che in realtà tutta questa attenzione sia più apparenza che sostanza e il Governo è piuttosto blando contro chi commette simili abomini.

La nostra seconda tappa è il Museo Tuol Sjeng, una scuola trasformata dal regime dei Khmer rossi in una prigione di massima sicurezza in cui, tra il 1975 e il 1978, vennero rinchiuse più di 17.000 persone. Molte di queste sono state qui torturate fino alla morte, altre sono state trasferite nel campo di sterminio di Choeung Ek, pochissime sono sopravvissute. Alcune di queste, ora lavorano qui e per pochi dollari sono disposte a fare da guida e raccontare la loro storia. Il museo è un vero pugno allo stomaco. All’ingresso di ogni stanza, un cartello avvisa i visitatori che è vietato sorridere… Come se fosse facile tra le foto, le macchie di sangue sul pavimento e la propria personale immaginazione. Merita comunque i 3$ a testa pagati. Chiudiamo il nostro veloce tour della capitale con il Russian Market. Quest’ultimo è leggermente meglio rispetto al Mercato Centrale ma comunque niente di incredibile… Soprattutto per chi ha già vissuto l’esperienza del Suk, specialmente quello di Damasco. Chissà cosa ne è rimasto, sia del luogo che delle persone che vi ho conosciuto e incontrato…

Torniamo in albergo dopo aver mangiato un bagel al Joma Cafe e alle 13:40 ci viene a prendere il mini van che ci accompagna gratuitamente alla stazione dei pullman della Mekong Express Limousine Bus. Ancora una volta ci sconvolge il servizio. È pur vero che siamo in ritardo di un’ora ma sull’autobus c’è la connessione wifi, e ci vengono dati una bottiglia d’acqua e una scatola con una ciambella e un mini croissant a testa. Il tragitto è coinvolgente: risaie ancora una volta a perdita d’occhio… Ad incorniciare la 6 National Highway, a tratti asfaltata e a tratti – molto lunghi – sterrata e dissestata, file di baracche e, più in là, ancora una volta il Mekong. Bambini nudi giocano per strada con la terra, rossa. Mucche bianche e scheletriche si riposano all’ombra di qualche palma, chioschi luridi di fango vendono carne, bottiglie di vetro riempite di benzina, cappellini, qualche indumento e sacchettini di plastica ripieni di acqua “potabile”. Non immaginavo un simile livello di povertà. Ho letto che secondo la classifica delle Nazioni Unite che valuta il grado di sviluppo dei paesi in base al loro HDI (Human Development Index), la Cambogia è più povera di Lesotho, Swaziland e Congo. Ma questi sono comunque solo dati… Vederlo con i propri occhi è tutta un’altra storia. Il sole tramonta piano e, in un attimo, la strada si fa buia: spariscono le risaie e le baracche, i cani, le mucche, i motorini che sfrecciano… Rimane solo il mal di schiena dovuto alle quasi sette ore di viaggio.

Ci fermiamo qualche minuto in un ristorantino in cui sgranchirci le gambe e andare un bagno. Appena ripartiti, suona il telefono dell’autista: è una cameriera del ristorante che avverte di aver trovato uno zaino. È della coppia spagnola seduta davanti a noi. Ci fermiamo e, nel giro di tre minuti arriva un ragazzo in motorino a riconsegnare l’oggetto dimenticato. Incredibile. Siamo stupefatti dell’onestà e dall’organizzazione. L’unica cosa che mi lascia un po’ di amaro in bocca è l’inaspettata seconda sosta. Penso sia l’ennesimo zaino dimenticato e, invece, è lo stuart che decide che è giunto il momento di svuotare il cestino con le immondizie sul ciglio della strada. E così rotolano a terra bottiglie di plastica, fazzoletti, cartacce… Ad inquinare questo povero paese è anche l’ignoranza. Il viaggio prosegue. Arriveremo a Siem Reap tra un’oretta circa. Abbiamo proprio bisogno di arrivare in Hotel e dormire. Domani ci aspettano i templi di Angkor e dobbiamo essere in forma.

Buonanotte strada per Siem Reap!

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