Navigando il Mekong (Chau Doc – Phnom Penh)

Phnom Penh, 11 agosto 2014

Nonostante le nostre suppliche, la scorbutica proprietaria della guesthouse ci sveglia alle 5:50 con uno squillante “Goodmorning, in ten minutes… Breakfast!“. Bevo un caffè e preparo la baguette alla marmellata per l’uomo che, nonostante i miei richiami, è ancora in camera. Ci vengono a prendere due uomini in risciò… Il tragitto verso il pontile in cui ci imbarcheremo si rivela più divertente del previsto! Fra i tre operatori disponibili per il tragitto Chau Doc – Phnom Penh, abbiamo scelto la Hang Chau Tourist Speed Boat che in 5 ore, e al prezzo di 25$, ci dovrebbe far sbarcare nella capitale cambogiana. La più cara era la Blue Cruise che, per 55$ ci avrebbe fatto risparmiare mezz’ora… Ma per così poco non ne valeva la pena e, come scopriremo presto, la barca non è affatto migliore della nostra. Anzi…

Partiamo con una decina di minuti di ritardo ma il servizio ancora una volta si rivela impeccabile. Uno stuart ci consegna un sacchetto di carta riciclata a testa con dentro la colazione: una bottiglia di acqua (prodotta e imbottigliata dalla Coca-Cola Company ma, come si legge nel l’etichetta, altro non è che acqua del fiume depurata e, al suo interno, quantità documentate di Bacteria faecalis e Escherichia Coli… Diciamo che non è proprio come la Rocchetta), due mini banane, una brioscina e un pacchettino di crackers. Il tragitto è incredibile: il Mekong è incredibile, maestoso… E ogni volta che pensi di scorgerne gli argini, ti accorgi che invece scompare per un secondo sottoterra per poi ricomparire e sommergere le risaie e le baracche che si susseguono l’una all’altra. Di frequente incrociamo barche di legno cariche di persone, legno, sabbia, immondizia… i nostri compagni di viaggio sono tutti, ovviamente, stranieri. Tra di loro, una ragazza di circa 20 anni, di nazionalità australiana, che sta visitando da sola l’Asia. È partita da Bangkon e ha in programma di attraversare almeno Vietnam, Cambogia e Laos.

Accanto a noi una coppia dolcissima di Neo Zelandesi sulla settantina. Potrebbero tranquillamente essere in viaggio di nozze da quanto si coccolano tra loro: è un continuo cinguettare, stringersi le mani, farsi l’occhiolino e incrociare sguardi ammiccanti. Dopo qualche ora di viaggio, decido di andare a sedermi un po’ a poppa e conosco Dan, un ragazzo sulla trentina appena passata. È inglese e cattura subito la mia attenzione, e la mia curiosità, dicendomi che sia lui che la sua ragazza – rimasta a sedere dentro – odiavano il proprio lavoro. Così,  un paio di mesi fa, hanno mollato tutto e con i loro sudati risparmi passeranno un anno a viaggiare per il mondo. Sono partiti proprio dal Vietnam e, dopo la Cambogia, si dirigeranno in Australia, Nuova Zelanda, California, Messico, Nicaragua e poi… Quel che viene, viene. Che begli esempi di umanità che vi sono in giro! Torno a sedere con un rinnovato ottimismo e una gran voglia di seguire il loro esempio. È da anni che voglio farlo e mi basterebbe solo la spinta giusta. Mi chiedo cosa sia a fermarmi… Ma in fondo conosco già la risposta e anche tutte le motivazioni. In ogni caso, mi dico, nella vita non si sa mai e… non è comunque, mai, troppo tardi! Intanto sono qui, poi vedremo.

Arriviamo a Phnom Penh dopo quasi 7 ore di viaggio e siamo a pezzi! Fa un caldo impressionante, il sonno ci attanaglia e la povertà imperante ci salta addosso appena sbarcati. Vediamo ovunque persone che dormono per terra, vecchi mutilati, bambini che rovistano nei cassonetti… Ieri sera abbiamo prenotato una stanza al Nine Hotel, un quattro stelle a 30 dollari che si trova in posizione strategica per chi, come noi, ha mezza giornata per esplorare la capitale. Quando arriviamo all’indirizzo previsto, il receptionist dell’hotel ci avvisa che c’è stato un problema con le stanze, probabilmente un overbooking, e che ci ha spostato al Monument Hotel poco distante. Ci paga un Tuk Tuk per farci portare al nuovo indirizzo. È sempre un quattro stelle ma non molto pulito (sotto il letto troviamo un barattolo di omogeneizzato e un biberon). Ci facciamo subito prenotare due biglietti per il pullman delle 14:45 dell’indomani per Siem Reap (abbiamo pagato 15$ a testa in contanti perché la ragazza alla reception ci spiega che l’agenzia Mekong Express non accetta pagamenti con carta di credito. Tuttavia, scopriremo presto che non solo i biglietti costavano 13$ – si è quindi intascata 4$ – ma la Mekong Express accetta tranquillamente pagamenti con carte del circuito VISA.

Prendiamo un Tuk Tuk (a seconda del tragitto, paghiamo dai 3$ ai 5$) e tentiamo di andare a visitare il Palazzo Reale che, nonostante siano appena le 15:40, ha chiuso con un’ora e mezza d’anticipo per volere del Re… Ne approfittiamo per visitare il What Phnom, una collina in cui si erge la prima pagoda costruita nella capitale e destinata ad ospitare quattro statue del Buddha depositate qui dalle acque del Mekong e trovata da Penh, una donna di mezza età a cui si deve il nome della città: Phnom Penh, la collina di Penh. L’autista del Tuk Tuk che ci ha portato fin qui è dolcissimo, gentile ed educato. Ci ha aspettato per quasi un’ora e abbiamo deciso di chiedergli di venirci a prendere anche domattina. Prima di tornare in albergo, decisi come siamo ad andare a letto presto, ci facciamo portare al Central Market – non merita assolutamente il tempo di una visita pieno com’è di turisti e di tarocchi mal riusciti e non economici – e al Foreign Correspondents’ Club. Quest’ultimo è consigliato dalla Lonely Planet ma, come spesso accade a noi italiani quando seguiamo i consigli gastronomici di inglesi e americani, il posto non è affatto all’altezza dei commenti lusinghieri della guida. Il locale, infatti, è pieno di occidentali e il menù è talmente internazionale che si passa dalla pizza alla NY Cheesecake… Passando per gli involtini primavera con tanto di capelli neri al loro interno. Il prezzo, poi, davvero esagerato: 27$ per un Amok, pesce al forno con citronella e latte di cocco, calamari fritti e i suddetti involtini. Fossero almeno stati buoni… Comunque, ci rendiamo subito conto che i prezzi qui sono gonfiati e che il dollaro americano è, a tutti gli effetti, una seconda valuta.

Leggendo scopro che uno stipendio medio annuale si aggira su qualche centinaio di dollari, il che ti da la misura di quanto povero sia questo paese ma anche di quanto guadagni, in proporzione, il proprietario di un Tuk Tuk se, ad ogni corsa, guadagna in media 4$. Un’altra cosa che non posso fare a meno di notare, oltre alla gentilezza estrema di tutti, è che qui, almeno all’apparenza e contrariamente al Vietnam, sembra stiano vendendo la loro identità per soddisfare il bisogno di piacere ai turisti occidentali. I ristoranti sono pieni zeppi dei nostri piatti, non vi sono le bacchette, i bar traboccano di Cup Cake e locali simili a Starbucks. A parte questo, comunque, Phnom Penh di sera è magica: le luci delle pagode, del Palazzo Reale, del monumento che sigla l’amicizia tra Cambogia e Vietnam… Non vedo l’ora che sia domani!

Buonanotte Phnom Penh!

Hotel: Monument Hotel. Economico ed esteticamente carino. Posizione ottima. Colazione sulla terrazza sul tetto con vista a 360° su Phom Phen. Peccato solo per la pulizia un po’ scarsa: sotto il nostro letto c’era parecchia polvere ed un biberon abbandonato.

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