Saigon… e così sia.

Saigon, 8 agosto 2014

La sveglia suona alle 9:30. In albergo ci fanno scegliere che cosa preferiamo mangiare a colazione e, in mezzo a scodelle di Pho fumanti, ci ritroviamo ad essere gli unici a preferire il solito, noioso, ma rassicurante, pane burro e marmellata.
Fuori c’è un bel sole e il caldo inizia a farsi sentire con prepotenza. Il nostro hotel si trova nel quartiere di Dong Khoi, in una posizione perfetta per vedere sia la vecchia Saigon che la nuova e scintillante Ho Chi Minh City.
Iniziamo il nostro giro dal Mercato di Ben Thanh: l’atmosfera è tranquilla e per nulla assillante, del tutto differente da ciò che ho conosciuto in Libano, in Siria o a Cuba. Le poche persone che si avvicinano e ti afferrano il braccio con gentilezza, lo mollano al primo cenno negativo. Dopo esserci persi tra le bancarelle straripanti di Ralph Laurent contraffatte e un milione di altre marche, ci perdiamo tra le strade alla ricerca della Pagoda dell’Imperatore di Giada. Ovviamente, in quel labirinto che è Saigon, facciamo fatica ad orientarci e accidentalmente ci imbattiamo nella Pagoda Xa Loi, famosa per contenere una reliquia del Buddha, ma oltre a questo non merita davvero la faticaccia che abbiamo fatto per raggiungerla.

Ci dirigiamo verso il Museo dei Residuati Bellici. È a pagamento ma ce ne accorgiamo solo all’uscita visto che non vi è una reception segnalata né tanto meno un guardiano all’ingresso. Le fotografie esposte sono un pugno allo stomaco. Non so se sia per lo sfruttamento della guerra da parte dell’industria cinematografica o, più semplicemente, per i libri che ho letto al riguardo, ma restare indifferenti è davvero difficile. E non importa che tu non fossi ancora nato, che con questa guerra tu non abbia mai avuto nulla a che vedere… Il senso di colpa è lì, come se la nostra coscienza collettiva fosse destinata a pagare in eterno per ciò che è stato fatto in questo paese. Al piano terra è tutto un susseguirsi di bambini e ragazzi deformi a causa dell’esposizione al cosiddetto Agent Orange. Il Dipartimento della Difesa Americano ha recentemente divulgato un report che denuncia l’uso da parte dell’Air Force, tra il 1961 e il 1971, di 72 milioni di litri di sostanze chimiche tossiche in Vietnam. Tra queste, 44 milioni di litri di Agent Orange, contenenti 170Kg di diossina, descritta dagli scienziati come la più potente arma chimica mai inventata. Basti pensare che uno studio della Columbia University, pubblicato su Nature, ha denunciato che solo 85g di diossina sono in grado di uccidere la popolazione di una città di 8 milioni di abitanti.

Davanti alla foto in bianco e nero di un neonato macrocefalo, una coppia di americani sulla settantina, marito e moglie, si mettono a piangere. La scena è commovente, quasi finta da tanto è precisa nella sua cadenza temporale. E non puoi fare a meno di chiederti se lui in Vietnam c’è stato, se ha seguito gli eventi dalla poltrona di casa sua, o se conosceva qualcuno che da qui non è più tornato a casa. Ad oggi sono 300.000 la persone ancora scomparse. Tre milioni i vietnamiti morti, di cui due milioni i civili. Altrettanti i mutilati.

Il primo piano è un vero e proprio memoriale alle vittime civili: in primis la strage di My Lai. Corpi carbonizzati, donne trucidate, sequenze di bambini che si coprono a vicenda e poi stramazzano al suolo sotto i colpi di mortaio. Non puoi fare a meno di chiederti come hanno fatto, i fotografi, a rimanere inermi, per amore della stampa. Può una foto valere così tanto? E poi i nomi, quelli che ti risuonano alla memoria: Generale Santiago, Compagnia Charlie, Platoon…
Ma ci sono alcune di queste parole che meglio delle altre hanno descritto l’orrore di questo conflitto. Parole a cui devo il mio così forte coinvolgimento e che non posso non citare:

Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Io sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostitusce un cuore con un altro cuore, e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vengano mandati a morire, come vacche al macello, per la bandiera” (O. Fallaci).

Usciamo dal museo un po’ provati e decidiamo di vedere al volo il Palazzo della Riunificazione. Il traffico e lo smog sono impressionanti: attraversare la strada è divertente e tremendamente adrenalinico. Non ci sono regole né un valido codice della strada: i motorini vanno contromano a tutta velocità, nei sellini si stringono intere famiglie con borse della spesa al collo o sotto braccio. I clacson suonano continuamente: è il loro modo di avvertire che stanno per intraprendere una qualsivoglia manovra o un cambio di corsia.

Corriamo a vedere la rotonda delle tartarughe (assolutamente tempo perso visto che si tratta di una vera e propria rotonda di cemento al cui centro vi è una piscina di acqua verde e fetida) e ci dirigiamo, prima di un temporale che poi non scoppierà mai, a vedere la Pagoda dell’Imperatore di Giada. Quest’ultima merita una visita, nonostante lo spazio al suo interno non sia molto ampio e si abbia la costante sensazione di disturbare le persone entrate a pregare e rendere omaggio accendendo alcune bacchette di incenso profumato.

Alle 20:00 torniamo sfiniti in albergo, ci cambiamo e andiamo a cena all’Hoa Tuc. Piatti buoni e ben curati. Il prezzo è come sempre ridicolo. Merita una visita anche il circondario: sembra di essere a Parigi. Anzi, qui i marciapiedi sono puliti, contrariamente a quelli della capitale francese. Dalle macchine scendono bellissime ragazze tirate a lucido e abbracciate a uomini in giacca e cravatta. I locali sono tutto uno “sbrilluccicare” di candele e lampadari a goccia. Persino l’Hotel Continental, che per gli amanti del giornalismo di guerra rappresenta la mitica base dei corrispondenti occidentali a Saigon, ora somiglia moltissimo al Four Season e di magico ha davvero poco.

Ce ne andiamo a letto a pezzi ma totalmente rapiti da Saigon… E così sia.

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